Bologna, Italia, 2 agosto

Il 2 agosto è uno di quei giorni dell’anno che passa più lentamente degli altri. Nelle ore diurne di questo altrimenti anonimo momento d’estate ti risale un ricordo tutto italiano, tutto grigio anche se illuminato dal sole dell’estate, un’estate interrotta dalle sigle delle edizioni straordinarie su radio e televisione. La mattina di sabato 2 agosto 1980 ero, insieme a mio fratello, tra il centinaio di allegri adolescenti che si divertivano a tirare quattro calci al pallone in una delle partite conclusive delle tre settimane trascorse in colonia, nella casa dei Salesiani di Cogne.

Poco prima di pranzo fummo chiamati in direzione, io e lui, perché ci aspettava al telefono nostra madre; voleva informarci di un’esplosione avvenuta nella stazione di Bologna e che a causa di ciò rischiavamo di non poter prendere il treno del ritorno a casa il giorno dopo. Quel treno, l’espresso 667 da Torino Porta Nuova per Lecce, il 3 agosto lo prendemmo lo stesso. Non era ancora mezzanotte quando transitammo a bassissima velocità, quasi a passo d’uomo, su di uno dei binari alti, il 10 o l’11, della stazione centrale di Bologna. Transitammo, dunque senza fermarci, in una stazione dove facevano scalo tutti, ma proprio tutti i treni che vi passavano.

I fiori portati dai cittadini davanti alla carrozza dell’Adria Express dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980. ANSA.

Sui marciapiedi non vi era alcun viaggiatore, e il silenzio spettrale era squarciato dai rumori degli scavatori e dai comandi gridati tra gli operai che lavoravano alle macerie del FV sotto l’illuminazione delle fotoelettriche. La scena era seminascosta alla nostra vista dai relitti delle due carrozze Tipo X dello Schweiz-Adria Express, da Ancona a Basilea, danneggiate dall’esplosione. Oggi, quarantacinque anni dopo, questa sequenza di immagini non accenna a cancellarsi e neanche a sbiadirsi nella nostra memoria. L’emozione, richiamandola, è sempre profonda.

In quell’attentato terroristico, definito dall’allora Presidente Pertini come il più grave atto criminale commesso nel nostro Paese, morirono ottantacinque viaggiatori ed altri duecento rimasero feriti. Furono tutti vittime di una strage che non ha un senso, non ha un perché, non ha una ragione e che da sempre si è cercato, dai primi depistaggi già a poche ore dall’esplosione, di far passare senza responsabili, tendenza che qualcuno in questi ultimi anni tende a voler rinverdire, a scapito delle condanne definitive degli autori materiali. A Mambro, Cavallini, Fioravanti e Ciavardini proprio ieri 1° agosto, infatti, si è aggiunto anche Bellini, che porta con sé la complicità di quattro nel frattempo decedute eccellenze del neofascismo italiano, tra i quali Licio Gelli. Neanche loro sono riusciti a nascondere la matrice fascista della più grave strage dell’Italia repubblicana, una strage fatta in danno di persone inermi che erano lì solo perché avevano in tasca il biglietto di un treno.

© 2024 La Rivista della ferrovia
Testata iscritta nel Registro degli Operatori di Comunicazione con il numero 39989.
Sono vietate la copia, la riproduzione e la ridistribuzione anche parziali dei contenuti di questa pagina senza espressa autorizzazione della redazione.

Il 2 agosto è uno di quei giorni dell’anno che passa più lentamente degli altri. Nelle ore diurne di questo altrimenti anonimo momento d’estate ti risale un ricordo tutto italiano, tutto grigio anche se illuminato dal sole dell’estate, un’estate interrotta dalle sigle delle edizioni straordinarie su radio e televisione. La mattina di sabato 2 agosto 1980 ero, insieme a mio fratello, tra il centinaio di allegri adolescenti che si divertivano a tirare quattro calci al pallone in una delle partite conclusive delle tre settimane trascorse in colonia, nella casa dei Salesiani di Cogne.

Poco prima di pranzo fummo chiamati in direzione, io e lui, perché ci aspettava al telefono nostra madre; voleva informarci di un’esplosione avvenuta nella stazione di Bologna e che a causa di ciò rischiavamo di non poter prendere il treno del ritorno a casa il giorno dopo. Quel treno, l’espresso 667 da Torino Porta Nuova per Lecce, il 3 agosto lo prendemmo lo stesso. Non era ancora mezzanotte quando transitammo a bassissima velocità, quasi a passo d’uomo, su di uno dei binari alti, il 10 o l’11, della stazione centrale di Bologna. Transitammo, dunque senza fermarci, in una stazione dove facevano scalo tutti, ma proprio tutti i treni che vi passavano.

I fiori portati dai cittadini davanti alla carrozza dell’Adria Express dopo la strage di Bologna del 2 agosto 1980. ANSA.

Sui marciapiedi non vi era alcun viaggiatore, e il silenzio spettrale era squarciato dai rumori degli scavatori e dai comandi gridati tra gli operai che lavoravano alle macerie del FV sotto l’illuminazione delle fotoelettriche. La scena era seminascosta alla nostra vista dai relitti delle due carrozze Tipo X dello Schweiz-Adria Express, da Ancona a Basilea, danneggiate dall’esplosione. Oggi, quarantacinque anni dopo, questa sequenza di immagini non accenna a cancellarsi e neanche a sbiadirsi nella nostra memoria. L’emozione, richiamandola, è sempre profonda.

In quell’attentato terroristico, definito dall’allora Presidente Pertini come il più grave atto criminale commesso nel nostro Paese, morirono ottantacinque viaggiatori ed altri duecento rimasero feriti. Furono tutti vittime di una strage che non ha un senso, non ha un perché, non ha una ragione e che da sempre si è cercato, dai primi depistaggi già a poche ore dall’esplosione, di far passare senza responsabili, tendenza che qualcuno in questi ultimi anni tende a voler rinverdire, a scapito delle condanne definitive degli autori materiali. A Mambro, Cavallini, Fioravanti e Ciavardini proprio ieri 1° agosto, infatti, si è aggiunto anche Bellini, che porta con sé la complicità di quattro nel frattempo decedute eccellenze del neofascismo italiano, tra i quali Licio Gelli. Neanche loro sono riusciti a nascondere la matrice fascista della più grave strage dell’Italia repubblicana, una strage fatta in danno di persone inermi che erano lì solo perché avevano in tasca il biglietto di un treno.

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