In copertina: La ALn 40.004 della SATTI, in forza al Museo Ferroviario Piemontese, accelera con una fumata degna del miglior vapore durante la parata del 5 luglio 1986.
Testo e foto di Romano Mölter
Si dice che certi treni passano una volta sola. “E se fosse vero?” si domandò il ragazzo, diciottenne da pochi mesi. Correva l’anno 1986, non c’era internet, per avere notizie bisognava aspettare pazientemente la rivista che usciva tutti i mesi, e guardare la rubrica “Gite e manifestazioni”. E proprio lì, nel trafiletto del numero di giugno, veniva annunciata una manifestazione di tre giorni che si sarebbe svolta dal 4 al 6 luglio per celebrare il centenario della ferrovia Chivasso-Aosta. Era annunciata la presenza di una grande quantità di rotabili storici, molti dei quali il ragazzo non aveva mai potuto vedere dal vero. Decise quindi di non far passare invano quel treno, prese la macchina fotografica, radunò i risparmi e i rullini di diapositive (sei, per un totale di appena 220 scatti circa…) e partì.
Per assistere alla partenza del treno inaugurale da Chivasso, previsto alle 8 del mattino del 4 luglio, il ragazzo dovette prendere l’ultimo treno della sera che da Sasso Marconi lo avrebbe lasciato a Bologna Centrale alle 21:42; lì avrebbe atteso sonnecchiando su di una panchina il Diretto da Pescara dell’1:44 con arrivo previsto a Torino alle 5:55 e infine prendere il primo locale utile per Chivasso, dato che il Diretto, in qualità di treno a lunga percorrenza ma di basso rango, portava spesso ritardo.

All’arrivo a Chivasso trovò la 640.008 che doveva ancora portarsi in testa alle cinque Centoporte del treno, circondata da una marea di appassionati che si contendevano il limitato spazio della rimessa, posta al bivio tra le linee di Aosta e Milano. Fu lì che, per puro caso, incontrò quattro fotografi olandesi a caccia di informazioni; instaurata rapidamente un’amicizia, gli offrirono il compito di far da navigatore sulla loro BMW per dar la caccia al treno. Il primo inseguimento, che emozione!
Il gioco di squadra permise di coprire la corsa del mattino con un abbondante reportage fotografico. Nel pomeriggio ci si dedicò poi alla 940.022 che aveva sostituito la 640 alla testa delle stesse cinque Centoporte del mattino per un treno Aosta-Nus e ritorno.

Salutati gli olandesi, il ragazzo aveva in programma di tornare a Chivasso, da dove l’indomani era previsto un altro Speciale per Aosta in doppia trazione a vapore. Arrivato a destinazione piuttosto stanco a bordo di una tripla di fiammanti ALn 663 e dopo aver subito acquistato il biglietto per l’indomani, uscì per trovarsi velocemente un albergo nelle vicinanze. Nel primo che vide, di fronte alla stazione, c’era posto e il prezzo era buono ma al momento della registrazione il ragazzo si accorse di aver lasciato a casa l’unico documento di identità all’epoca in suo possesso: il passaporto tedesco!
Il portiere di quell’albergo fu irremovibile, come lo furono quelli degli altri dove invano cercò di prendere una stanza. Tornò in stazione e si rivolse alla Polfer in cerca d’aiuto, chiedendo fosse possibile da parte loro certificare la sua identità in una qualsiasi maniera. Invece no, nemmeno i poliziotti avevano una soluzione. Beh, una in realtà sì: “Lo vedi quel treno sul quinto binario?” gli disse uno degli agenti, “Parte per Torino domattina alle 4:44, puoi dormire lì, ti vengo a bussare io al finestrino alle quattro e mezza”.
Una seconda notte da passare su di un treno era una prospettiva non proprio rosea, ma alla fine neanche troppo tragica. Prima di coricarsi, si fa per dire, e dopo una veloce pizza e birra, ci fu il tempo di fare qualche foto notturna in deposito. Dopo aver avvicinato la Regina 685.196 e la più borghese 625.142 che fumavano silenziosamente vicino alla rimessa e appoggiata la macchina fotografica su supporti di fortuna – il cavalletto era roba da siuri – si trattenne lì, nella magia irripetibile di una sera in compagnia di due locomotive a vapore accese col fuoco di stazionamento.

Il treno del mattino che lo avrebbe accolto per la notte era uno di quei Locali assemblati con materiale misto, formula ormai in procinto di scomparire per sempre tra le FS, e nei quali dominavano le Corbellini con le loro scomode panche in legno. Ma la fortuna volle che quella volta ci fosse in composizione anche una carrozza tipo 1946T di prima classe, ricostruita da poco con moderni finestrini Klein e nuovi interni; uno dei suoi divani di velluto rosso, trasformato in letto rialzando i braccioli, fece da estemporaneo giaciglio nell’attesa dell’alba. Alle 5 il ragazzo era già al bar con gli agenti della Polfer, ormai divenuti amici, e pochi minuti dopo raggiungeva il piazzale della stazione. Il convoglio inaugurale dell’evento, denominato “Treno Europa” e partito in origine da Torino al traino della E.656.175, era composto da sei carrozze, una per ciascuna delle amministrazioni partecipanti alla manifestazione ovvero FS, SATTI, SBB, BLS, SNCF e DB. I fotografi si incamminarono lungo le banchine, mentre la coppia formata dalla 685 e dalla 625 si preparava a lasciare i binari della rimessa per mettersi in testa al treno.
Il ragazzo, rimasto lì quasi da solo, pensò di nuovo: “certi treni passano una volta sola”. Con queste parole in testa si rivolse con voce quasi supplichevole ai due macchinisti della 625.142: “Posso venire su in cabina con voi?” I due lo squadrarono per un lunghissimo attimo, poi sorridendo dissero: “Se te la senti…”. Leggero, quasi senza peso, come se avesse appena vinto tutte le lotterie del mondo contemporaneamente, si arrampicò con un unico balzo per raggiungerli e si piazzò in corrispondenza della catenella destra, deciso a non mollare quel punto dell’universo per nessun motivo, con praticamente solo i piedi sulla pedana della cabina, il corpo a sbalzo in fuori e la macchina fotografica saldamente in pugno. La scelta della macchina da abbordare non era stata casuale: la 625 era in seconda posizione, e ciò gli avrebbe permesso, sporgendosi ulteriormente, di vedere e fotografare entrambe le locomotive in corsa.
Il treno lasciò Chivasso e si lanciò tra mille sbuffi lungo la pianura, dove la marcia procedette veloce e senza sforzi, e dopo una tappa a Ivrea si lanciò con grinta verso le Alpi. La 685 in testa dominava con la sua maggiore potenza e l’armonioso moto delle bielle e alla meno aristocratica 625 non restava altro che farsi strattonare e spintonare nel tentativo di starle dietro; il serpeggio ed il fracasso erano tali che bisognava sempre tenersi ben saldi ai corrimani, e per comunicare era necessario urlare.

Nelle gallerie, poi, il fumo di entrambe le locomotive sembrava quasi voler entrare tutto nella cabina della 625, costringendo gli occupanti a chiudere gli occhi e trattenere il respiro, una volta esaurito il quale non si poteva fare altro che abbassarsi il più possibile verso il pavimento, dove il fumo è meno denso, e coprirsi il naso con le mani.
All’epica indimenticabile del debutto in ferrovia del ragazzo si aggiunse un inaspettato finale semiserio. Al termine del viaggio si era radunata sul primo binario di Aosta un mare di gente, capeggiata dal sindaco in persona con corredo di banda comunale; un gruppo di addetti di stazione e di poliziotti creò un corridoio in mezzo alla folla per permettere al personale sceso dal treno di raggiungere il vicino Ferrotel, come da qualche anno erano stati ribattezzati i dormitori per il personale viaggiante. Il nostro ragazzo, nero di fuliggine, venne scambiato per un ferroviere e accompagnato fino alla toilette diurna; una volta docciato e tornato riconoscibile, l’intruso venne immediatamente e con decisione… invitato come ospite alla mensa!

Tra gli eventi indimenticabili di Aosta 86 ci fu la sfilata, quel pomeriggio sul secondo binario, di tutti i mezzi giunti ed esposti in stazione dal giorno prima. Passarono le ben nove locomotive a vapore presenti, tutte accese; molte anche le diesel, alcune delle quali fecero da balia per scarrozzare su e giù per il piazzale le consorelle elettriche.


Alle 17 in punto arrivarono sul binario 4 due rombanti ALn 990 dalle quali sbarcò una piccola folla di increduli viaggiatori: era semplicemente il diretto 1827 Milano Porta Garibaldi-Aosta, che nel periodo estivo si effettuava dal venerdì alla domenica con le automotrici più capienti del parco FS del tempo. Inutile dire che, nell’euforia generale, finirono con l’essere anch’esse mitragliate di foto, e pochi si accorsero della differenza con la ALn 990.3020 già presente sul piazzale e tirata a lucido per l’occasione.

Davanti allo scalo merci era stato posato uno spezzone di binario a scartamento 900 mm, ospitante una delle locomotive della ferrovia del Drinc perfettamente restaurata. Il cartello la identificava come “Locomotiva destinata al nuovo collegamento ferroviario in costruzione tra Cogne e la zona di Pila”, ma questa è un altra storia, finita per di più male.

Dopo una notte finalmente trascorsa in un letto, bontà del portiere di un albergo locale dovuta alle raccomandazioni degli amici olandesi, alla domenica era prevista una doppia trazione Aosta-Pre St. Didier, con la 740.038 e la 940.022, la carrozza SATTI B.203 ex DB e quattro Corbellini. Una composizione che non doveva essere andata a genio a Giove Pluvio, perlomeno giudicando la fittissima pioggia che accompagnò il treno lungo tutto il percorso. Il vapore causato dalla pioggia che batteva sulle superfici calde delle locomotive e il marasma di ombrelli colorati dei fotografi e degli appassionati avevano completamente nascosto alla vista il treno, con il risultato che i fotografi poterono documentare poco e male quel terzo ed ultimo giorno della manifestazione. E fu così che nel pomeriggio il ragazzo se ne tornò a Bologna, badando bene di non perdere l’ultimo locale per Sasso Marconi delle 21:12, perché anche se questo non era uno di quei treni che passano una volta sola, la prospettiva di passare un altra notte sulle panchine della Centrale non lo attirava per niente.
Diciamolo per inciso: sono passati esattamente quarant’anni da quei tre giorni, il nostro ragazzo nel frattempo ha girato il mondo e visto, fotografato e filmato un numero quasi infinito di treni. Ma non ha mai più visto nove locomotive a vapore accese contemporaneamente, e non ha mai più fatto un intero viaggio in cabina di una doppia trazione di locomotive a vapore.
Sì, certi treni passano una volta sola. Ed è importante prenderli.
I rotabili esposti ad Aosta 86 furono:
-La 200.05 FNM con il suo treno storico;
-Le locomotive a vapore 625.142, 640.008, 685.195, 740.038, 940.022 delle FS;
-Le locomotive a vapore 422.009, 640.122, 880.045 del MFP;
-Le locomotive diesel D.145.1010, D.341.2025, D.342.4011, D.445.1074 delle FS;
-Le automotrici diesel ALn 40.004 e ALn 772.1033 del MFP;
-Le automotrici diesel ALn 773.3545 e ALn 990.3020 delle FS;
-Le locomotive elettriche E.626.170 ed E.633.079 delle FS;
-La locomotiva elettrica E.620.02 delle FNM;
-Bagagliaio Expofer Vmos 60 83 99-70 000 delle FS;
-Il treno di pronto intervento del Genio Ferrovieri dell’Esercito Italiano;
-Il locomotore elettrico della Cogne-Acquefredde.
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