In copertina: un treno merci si avvicina a Salerno proveniente da nord. Foto collezione Mario Logatto.
Di Giuseppe Foglianese
Si dice che gli animali riescano a sentire l’approssimarsi delle catastrofi. Quelli rinchiusi nel canile municipale di Salerno, in quel palazzaccio semiabbandonato che era stato sede dell’UPIM, tacevano da ore, la sera del 25 ottobre 1954. C’era il temporale, è vero, ma quante volte aveva piovuto così forte senza che loro smettessero di abbaiare? Qualche decina di chilometri più su, sulle colline, abbaiavano altri cani: erano quelli delle case sparse dell’abitato di Alessia, vicinissima frazioncina del comune di Cava de’ Tirreni abbarbicata sul monte San Liberatore a 300 m d’altezza. Qui l’aria è buona, siamo in altura, ma quella sera si sentiva il vento portare odore di umido, anzi di marcio: era l’odore della terra della montagna che franava verso il mare. Una straordinaria precipitazione, oggi la chiameremmo bomba d’acqua, aveva portato sulla zona collinare a nord-est di Salerno 500 mm di pioggia in poche ore, una quantità equivalente a quella che da quelle parti veniva giù in tre mesi. Durante la notte, mosso dall’acqua del temporale, lo strato superficiale di ceneri vulcaniche e terreno scivolava lungo le pendici della struttura calcarea del San Liberatore e travolgeva Alessia, schiantando le casette rurali e sfociando in un burrone nel quale, scriverà Il Mattino, trascinava con sé più di trenta abitanti. Il “gioco dei colombi”, macabra denominazione della distesa di reti per l’uccellagione stese nel vallone, veniva spazzata via come da un dio infuriato contro i cacciatori. Il fango si incanalava e superava i pochi ostacoli che gli sbarravano la strada verso il mare, ovvero le tante frazioni abitate della zona e le strade vicinali e provinciali.

In quei momenti in stazione di Salerno si attendeva il passaggio della Freccia del Sud, il treno da Siracusa e Palermo con carrozze di prima, seconda e terza classe che sarebbe giunto in stazione alle 22:50 per ripartire dopo una sosta di circa tre minuti verso Napoli Centrale, dove era atteso alle 23.46. Nel frattempo, un altro binario dispari ospitava in sosta l’Accelerato leggero 252 da Battipaglia, un trenino piccolo piccolo che tuttavia espletava servizio postale. Veniva manovrato per aggiungervi in coda altre carrozze, tutte di terza classe, perchè su quel servizio la seconda già in composizione bastava. Con quel rinforzo il 252 avrebbe perso la sua denominazione e anche la qualifica di leggero: come spiegato al punto 35 di pagina 1 dell’orario ferroviario di quell’anno, per “Accelerato leggero” si intendeva un treno a composizione minima dietro il quale non si potevano agganciare ulteriori carrozze per aumentarne la capienza; con l’aggiunta di Salerno era diventato così l’Accelerato 1952, che sarebbe partito alle 22 in punto. Ma quei venti minuti di manovre sarebbero stati inutili perché quel treno non avrebbe lasciato la stazione di Salerno, e non sarebbe arrivato mai a Napoli. E non ci sarebbe arrivata neanche la Freccia del Sud e gli altri treni del giorno dopo: la linea ferroviaria tirrenica era stata infatti colpita in più punti dalle frane e dai crolli, e più a valle la Statale 18 non se la passava meglio.


Molte provinciali, tra le quali quella che da Cava de’ Tirreni conduceva alla Badia della Santissima Trinità nel borghetto di Corpo di Cava, avevano ceduto e lasciato isolate le località attraversate. Salerno vedeva gran parte delle strade cittadine attraversate dalla fiumana d’acqua, con diversi palazzi signorili che venivano severamente danneggiati. Sul rione Olivieri era piombata una frana staccatasi direttamente dal monte San Liberatore, e le infrastrutture del porto erano state messe fuori uso da fango, detriti, alberi divelti, suppellettili di case distrutte e automobili, trascinate via fino al mare. A Vietri la massa di terra trasportata dall’alluvione aveva formato un delta ampio circa 150 metri: parte di quel materiale costituisce oggi la spiaggia di Marina di Vietri. Dal cimitero di Benincasa, travolto anch’esso dalle acque, erano scivolate verso il mare alcune bare, finite poi semisepolte nella melma del nuovo estemporaneo litorale.

Dall’altra parte, oltre Capo d’Orso in direzione Amalfi, i greti dei torrenti Regina Maior e Regina Minor avevano convogliato il flusso di acqua, fango e detriti provenienti dalle frazioni a monte verso gli abitati costieri di Maiori e Minori, scoperchiando le porzioni rinchiuse nei canaloni sotterranei cittadini. Il fango si era depositato in mare per cento e più metri, formando anche qui una sorta di foce a delta dall’effimera esistenza.
Perché i soccorsi raggiungessero capillarmente le zone colpite veniva data precedenza al ripristino della viabilità. La ferrovia per Napoli veniva riattivata dopo settimane, ma la circolazione riprendeva già a pochi giorni dal disastro, sia pure spezzata in due per via dei crolli tra Vietri e Salerno.

Quattro mesi dopo si facevano i calcoli: danni per miliardi, 316 morti, un’infinità di case distrutte e migliaia di senza tetto. Al governo Scelba, il decimo della ancora giovane Repubblica Italiana, veniva presentato un conto salatissimo per mano del deputato e industriale salernitano Carmine De Martino: oltre tre miliardi per la viabilità comunale e vicinale, altrettanti per l’edilizia pubblica, tre miliardi per il sistema fognario, sei miliardi e mezzo per il ripristino idrogeologico, settecento milioni per gli acquedotti, trecento per strade principali e ferrovie. E poi gli indennizzi: due miliardi e rotti per le industrie, un miliardo e 400 per le imprese commerciali, uno per le botteghe artigiane, due per gli agricoltori, due per le famiglie colpite e ben sette miliardi per i fabbricati. Cifre enormi per il bilancio dello Stato.

Chi tra i politici, su tutti De Gasperi, aveva spinto per l’istituzione della Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia Meridionale – la Cassa per il Mezzogiorno, insomma – entrata formalmente in vigore appena quattro anni prima del disastro di Salerno, aveva ora un’enorme occasione per dimostrare di averci visto lontano. I dubbi sulla sua utilità infatti non erano mancati, in particolare da parte dell’elettorato e dei maggiorenti del Settentrione; ma quella volta c’era poco, per loro, da lamentarsi, perché in fondo la perturbazione che aveva generato il tragico disastro di Salerno e che si stava traducendo in una colossale disposizione di danaro pubblico a favore del Mezzogiorno si era formata, ironia della sorte, proprio sul nord Italia. What goes up must come down avrebbe detto, anche in questo caso, Isaac Newton.
© 2024 La Rivista della ferrovia
Testata iscritta nel Registro degli Operatori di Comunicazione con il numero 39989.
Sono vietate la copia, la riproduzione e la ridistribuzione anche parziali dei contenuti di questa pagina senza espressa autorizzazione della redazione.

Lascia un commento